per il Partito Sociale


Per sfidare l’orizzonte
14 Giugno, 2008, 11:42 pm
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Un’altro contributo in tema di “partito sociale” a firma di Francesco Piobbichi e Mimmo Porcaro.

Qual è il gesto elementare del militante del partito politico? Distribuire un volantino, poniamo, contro il carovita. E qual è, invece, quello del militante del “partito sociale”? Costruire un gruppo d’acquisto solidale, ossia praticare l’obiettivo, far crescere l’autorganizzazione, creare legame sociale, acquisire nel concreto la fiducia del “popolo”. E poi, certo, distribuire il volantino.

Di partito sociale ha scritto recentemente su Liberazione, sulla scorta di un articolo di Pino Ferraris, Paolo Cacciari. Da tempo stiamo lavorando su una ipotesi analoga, e pensiamo che, se non si svolta verso il partito sociale, ogni richiamo a “tornare ai territori”, a “radicarsi nelle masse” sia vacuo e ripetitivo, e si traduca, appunto solo nel distribuire qualche volantino in più alla gente, nei mercati. Cosa utilissima. Ma insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione con il popolo che non può più essere puramente ideologica o puramente politica: deve essere pratica, deve costruire esempi alternativi visibili: asili autorganizzati, palestre popolari, sportelli informativi.

Si tratta di intrecciare le pratiche del militante e quelle del “volontario” e si tratta, soprattutto, di costruire un rapporto tra pari: al gruppo d’acquisto partecipi anche tu, perché anche tu vivi la stessa condizione di precarietà e di povertà crescente, perché anche tu sei “popolo”. Al rapporto verticale va sostituito un rapporto simbiotico. Lo scollamento fra politica e società (che peraltro sembra riguardare soprattutto noi) può essere ridotto solo se l’organizzazione politica lo riduce, immediatamente, nel suo funzionamento elementare.

Non sarebbe un’ esperienza inedita. I movimenti di emancipazione si radicano non solo organizzando conflitti, ma anche (o addirittura soprattutto) organizzando quei servizi che lo Stato non garantisce ancora o, come nel nostro caso, non garantisce più. Il partito sociale di oggi offre una risposta concreta (anche se insufficiente) alla crisi del welfare, mobilita attitudini positive sia nel popolo che nei propri aderenti perché costringe questi ultimi a diventare competenti, ad essere esperti non più solo in retorica politica, ma anche in lavoro sociale.

E può attrarre, proprio per questo, anche molti di quei lavoratori (e soprattutto lavoratrici) sociali che sono parte crescente – e priva di rappresentanza – del nuovo proletariato. Favorendo un rapporto effettivo col popolo ed anche con nuove leve di lavoratori e lavoratrici il partito sociale può finalmente consentire anche a noi quell’apertura alla società che finora – bisogna riconoscerlo – è riuscita solo ai partiti di destra.

Certo, la destra si è aperta ai lati negativi della società, ha prodotto mobilitazione populista (e quindi xenofobia), permeabilità ai gruppi di interesse (e quindi eclettismo), informalità decisionale (e quindi leaderismo), costruzione di carriere (e quindi opportunismo), legittimazione di personale politico proveniente da imprese o da apparati di stato (e quindi subordinazione ai ceti dominanti). Ma noi non ci siamo aperti a nulla, e a volte abbiamo riprodotto almeno una parte di quell’apertura negativa.

Ma la questione del partito sociale ha anche un altro aspetto, che riguarda la relazione che il partito “classico” costruisce coi movimenti e le associazioni. I due aspetti non devono essere confusi. Sarebbe infatti un grave errore credere che risolvendo il rapporto coi movimenti si risolverebbe anche  il rapporto col popolo. Così come commetterebbero un grave errore quei movimenti (o quei ceti di movimento) che col popolo ritenessero di identificarsi.

La necessaria “riconversione sociale” riguarda soprattutto il partito, ma anche i movimenti possono soffrire di chiusure (fatte di linguaggi e stili di vita separati) che ne riducono l’enorme potenziale di diffusione. Pratica sociale per tutti, quindi, anche come costruzione di un terreno d’incontro.

Un terreno d’incontro che va costruito anche su un altro punto. Cacciari conclude il suo ottimo intervento dicendo che la “rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa” deve trovare “il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche”. Se il partito ha infatti dimostrato la sua (momentanea?) impotenza ad incidere sulla decisione politica (e senz’altro l’impotenza a riuscirci da solo), i movimenti e le esperienze di democrazia diffusa non hanno ancora fatto il salto invocato da Cacciari. Non hanno ancora costruito appieno le reti orizzontali, ma non hanno nemmeno trovato i canali “verticali” – se non, a volte,  in forme lobbistiche e concertative.

Questo è il punto non risolto, la domanda, inevasa, di Genova. Una domanda che, in realtà, serpeggia dal ’68: è possibile una politica efficace, capace di incidere sulle grandi decisioni pubbliche, che eviti le insidie della forma-partito? Finché la società sembrava evolversi “naturalmente” verso un qualche “progresso” ci si poteva forse accontentare di costruire “gruppi di pressione pubblici”, di codificare stili di vita alternativi, di depositare valori. Oggi che questo non accade più, oggi che non basta agire di rimessa per correggere le politiche altrui, ma bisogna imporre (e con urgenza) politiche differenti, i movimenti cercano vie ulteriori.

E le soluzioni possibili ci sembrano almeno tre: fine del partito, partito di movimento, sistema d’azione plurale. La prima prende atto della scomparsa della sinistra politica e si affida alla sola sinistra sociale ed alla sua capacità di pressione: ma così si rischierebbe, a nostro avviso, di assecondare l’americanizzazione. La seconda conduce ad un nuovo partito sulla scorta dello spesso evocato “modello francese”: ma quel modello non era esente da difetti che oggi potrebbero essere moltiplicati da quella tendenza ad associare frammentazione decisionale e ricomposizione leaderistica che oggi attraversa tutti i partiti. La terza assume invece l’attuale compresenza di partiti, movimenti ed associazioni come un fatto che aumenta il repertorio delle nostre iniziative e delle nostre relazioni con la società, e la valorizza attraverso patti politici che ottimizzino le possibilità insite in un sistema d’azione plurale.

Questa ci sembra, qui ed ora, la risposta migliore. Ed il partito sociale, nella sua doppia accezione di rete di esperienze molteplici e di rapporto pratico-simbiotico col popolo, può muoversi in questa direzione. Può situarsi al punto d’incrocio tra movimenti che si “politicizzano” e partiti che si “socializzano”, superando l’illusione  dell’autosufficienza che sarebbe nociva agli uni ed agli altri.


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