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In questi mesi molte/i, facenti parte del gruppo di lavoro sul partito sociale, hanno lavorato sulla codificazione delle pratiche mutualistiche sparse per la penisola. Le azioni qui elencate rappresentano il tentativo di aprire una verifica sul tema, di immaginare una possibile catalogazione delle esperienze.
Un percorso di teoria e pratiche per uscire dal ghetto nel quale la Sinistra si è trovata all’indomani delle elezioni politiche dell’aprile 2008. Un processo nuovo per la costruzione di un partito che abbia come punto centrale il sentimento di “connessione con il popolo”.
1 – Il partito sociale, una storia inesplorata.
La crisi della politica (e del costituzionalismo democratico) è tale da essere diventata vera e propria crisi della rappresentanza. Il PD, con la supplenza plebiscitaria, ne è prodotto e, nel contempo, accelerazione, anche all’interno della crisi della sinistra la debolezza stessa dell’impianto analitico e progettuale sia pessima consigliera: cortocircuiti plebiscitari, partiti stretti attorno al leader che condurrà alla vittoria sono scorciatoie inefficaci e dannose. Perché fanno della democrazia organizzata, della partecipazione, del sistema delle regole macerie sotto i colpi di piccone della delega. Tanto più in un contesto in cui una forte torsione autoritaria, giustizialista, securitaria produce una semplificazione così brutale della rappresentanza da configurare un passaggio dalla democrazia autoritaria alla democrazia dispotica.
Occorre, allora, proseguire una ricerca innovativa iniziata sul campo. Il partito novecentesco, centralizzato, verticalizzato, che, quanto più è debole, tanto più si affida ad un leader mediatico (che non alimenta nemmeno la ricerca collegiale ma dirige costruendo intorno a sé una squadra coesa di collaboratori) è un ferro vecchio, una moderna satrapia. Che non riesce nemmeno più a fare inchiesta nella società, ad organizzare criticità ed iniziativa sociale nei territori, ma che vive di chiacchiere ideologistiche. I movimenti diventano ipostatizzati, non vissuti. ..“chi dice organizzazione dice oligarchia, ed è quindi necessario predisporre forti contromisure contro ogni rischio di centralizzazione, verticalizzazione, burocratizzazone, autoreferenzialità, separazione”. Oggi diventa importante lavorare per definire il coordinamento di un sistema a rete, che esalti l’orizzontalità (contro la verticalizzazione), l’autonomia, il metodo della condivisione, la pratica del consenso nei processi decisionali. . Non si tratta, ormai più, di dividersi tra “partitisti” e “movimentisti”. Anche perché dalla società non emergono solo “movimenti”; diffusa (nei territori) e matura (nei filoni di impegno) è la rete del nuovo associazionismo. Sono strutture tra loro molto diverse (dai Centri sociali, alle leghe antirazziste, ai gruppi del commercio equo e solidale, al contratto mondiale dell’acqua, ad Attac, ecc.) che coniugano conflitto e mutualità, cooperazione, socialità politica alternativa. E’ un complesso lavorìo, estremamente “politico”, la rete diffusa del “saper fare” sociale. “Assieme al conflitto, dopo lunga eclissi, riemergono le solidarietà positive, il far da sé cooperativo, la pratica dell’obiettivo. Si va oltre il movimentismo, ci si avvicina alla richiesta di un’altra forma di espressione della società politica”.
E’ evidente che la riflessione sulle narrazioni storiche delle forme di rappresentanza non può indicarci modelli per il presente ed il futuro. Anche perché non abbiamo certo bisogno di modelli, ma solo di sperimentazioni (e di riflessioni collettive sulle sperimentazioni). Eppure è di grande rilievo, discutere la vicenda del movimento operaio e socialista belga a cavallo tra la fine dell’Ottocento ed il Novecento. Perché si ritorna a grandi fratture storiche interne al movimento operaio che grandi conseguenze hanno, poi, avuto per un secolo: la dimenticata “Carta di Quaregnon” metteva al centro federalismo orizzontale, sindacalismo, mutualismo, mentre il “Programma di Erfurt” si affermò come manifesto del socialismo statalista di stampo teutonico. Una memoria storica, criticamente rielaborata, può forse esserci anche oggi di aiuto…. A partire dalla I Internazionale.
2. Case della sinistra, luoghi per ricostruire giorno per giorno
Viviamo in una società in cui i nuovi ceti popolari sono atomizzati, e dove la guerra tra poveri, fomentata dalla retorica del capro espiatorio è la linfa vitale dalla quale traggono consenso le classi dominanti. E’ un presente ansioso che ha spiazzato la sinistra storica, sconfitta e lasciata senza parole dopo decenni di lotta, senza più le pratiche per intervenire nello spazio della quotidianità in una società trasformata, scomparsa di fatto nel vissuto di lavoratori e dalle condizioni di vita dei nuovi ceti popolari. Se vogliamo proporre l’alternativa di società, occorre partire da questi elementi, e lavorare più in basso di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Senza indagare a fondo gli elementi che producono uno scarto tra il politico ed il sociale rischiamo di compiere un mezzo passo. Questo non è un discorso generazionale, ( non è l’età ad evitare le derive burocratiche dei partiti o delle strutture di movimento ) ma il tentativo di dislocare il processo della sinistra in avanti. La retorica di mettersi insieme per evitare la scomparsa della sinistra, mantenendo le stesse forme classiche dell’agire politico, è perdente e le elezioni lo hanno confermato. Noi non stiamo costruendo la sinistra per far sopravvivere il suo ceto politico, lo stiamo facendo per trasformare la società, e per far questo occorre dotarsi degli strumenti necessari. Riconosciamo i differenti luoghi che esistono, e proviamo a costruirne altri in futuro, partiamo dalla costruzione delle “Case della Sinistra”, intese come spazi pubblici di discussione in cui si riduce lo scarto tra la nostra proposta politica e le pratiche quotidiane. Pensiamo cosa potrebbe significare sul livello simbolico e materiale strutturare un progetto nazionale federativo , fatto di decine di migliaia di persone, di centri sociali, sezioni di partito, sindacati di base, pensionati, studenti universitari ed immigrati che utilizzino questi luoghi per contrastare il caro vita attraverso i gruppi di acquisto lanciando contemporaneamente una vertenza per l’indicizzazione di salari e pensioni. Ci siamo chiesti, anche valutando l’esperienza della costruzione del movimento di Genova, perché le strutture di rete, di acquisto solidale, di mobilitazione, riescono in questa fase storica, in maniera più incisiva dei partiti e dei soggetti intermedi, ad incidere e legittimarsi socialmente. La risposta che ci siamo dati è più semplice di quanto si pensi, gli appartenenti alle reti, che eccedono il concetto stesso della comunità, si considerano “pari” tra loro, vivono una condizione di similitudine, ed insieme cooperano e scambiano saperi come in poche volte era successo nella storia delle organizzazioni sociali moderne, pensiamo alla pratica del peer to peer. Perché allora non concepire i nostri luoghi come “risorsa aperta” per questo tipo di cooperazione sociale. Che sia un gruppo di acquisto, un corso di alfabetizzazione, o un mercatino per lo scambio dei libri usati, che sia un luogo per incontrarsi e ricostruire il legame sociale, una palestra a prezzi popolari o una mensa, una banca del tempo, poco importa, quello che ci sembra significativo in questa fase, è iniziare a ragionare concretamente con quali pratiche vogliamo riempire i nostri luoghi, e soprattutto come con essi ricostruiamo una nostra differenza nella percezione comune. Il nostro blocco sociale di riferimento, dai precari ai lavoratori autonomi di seconda generazione, fatto di pensionati e lavoratori intellettuali, di donne, migranti e giovani delle periferie, per avere una speranza nella sinistra, deve trovare in essa una risorsa nel territorio. Non è la rivoluzione, ma è vero che per costruire un altro mondo possibile, occorre sopravvivere socialmente e materialmente nel mondo grande e terribile nel quale viviamo tutti i giorni.
3. Dalla militanza politica alla militanza sociale
Qual è il gesto elementare del militante del partito politico? Distribuire un volantino, poniamo, contro il carovita. E qual è, invece, quello del militante del “partito sociale”? Costruire un gruppo d’acquisto solidale, ossia praticare l’obiettivo, far crescere l’autorganizzazione, creare legame sociale, acquisire nel concreto la fiducia del “popolo”. E poi, certo, distribuire il volantino. Oggi rischiamo che la retorica del “tornare ai territori”, a “radicarsi nelle masse” sia esercizio vacuo e ripetitivo, di un ceto politico senza pratica, e si traduca, appunto solo nel distribuire qualche volantino in più alla gente, nei mercati. Cosa utilissima. Ma insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione con il popolo che non può più essere puramente ideologica o puramente politica: deve essere pratica, deve costruire esempi alternativi visibili: asili autorganizzati, palestre popolari, sportelli informativi. Si tratta di intrecciare le pratiche del militante e quelle del “volontario” e si tratta, soprattutto, di costruire un rapporto tra pari: al gruppo d’acquisto partecipi anche tu, perché anche tu vivi la stessa condizione di precarietà e di povertà crescente, perché anche tu sei “popolo”. Al rapporto verticale va sostituito un rapporto simbiotico. Lo scollamento fra politica e società (che peraltro sembra riguardare soprattutto noi) può essere ridotto solo se l’organizzazione politica lo riduce, immediatamente, nel suo funzionamento elementare.
Non sarebbe un’ esperienza inedita. I movimenti di emancipazione si radicano non solo organizzando conflitti, ma anche (o addirittura soprattutto) organizzando quei servizi che lo Stato non garantisce ancora o, come nel nostro caso, non garantisce più. Il partito sociale di oggi offre una risposta concreta (anche se insufficiente) alla crisi del welfare, mobilita attitudini positive sia nel popolo che nei propri aderenti perché costringe questi ultimi a diventare competenti, ad essere esperti non più solo in retorica politica, ma anche in lavoro sociale. E può attrarre, proprio per questo, anche molti di quei lavoratori (e soprattutto lavoratrici) sociali che sono parte crescente – e priva di rappresentanza – del nuovo proletariato. Favorendo un rapporto effettivo col popolo ed anche con nuove leve di lavoratori e lavoratrici il partito sociale può finalmente consentire anche a noi quell’apertura alla società che finora – bisogna riconoscerlo – è riuscita solo ai partiti di destra. Certo, la destra si è aperta ai lati negativi della società, ha prodotto mobilitazione populista (e quindi xenofobia), permeabilità ai gruppi di interesse (e quindi eclettismo), informalità decisionale (e quindi leaderismo), costruzione di carriere (e quindi opportunismo), legittimazione di personale politico proveniente da imprese o da apparati di stato (e quindi subordinazione ai ceti dominanti). Ma noi non ci siamo aperti a nulla, e a volte abbiamo riprodotto almeno una parte di quell’apertura negativa.
4. Partito sociale e partito connettivo, orizzontalità e verticalità
Ma la questione del partito sociale ha anche un altro aspetto, che riguarda la relazione che il partito “classico” costruisce coi movimenti e le associazioni. I due aspetti non devono essere confusi. Sarebbe infatti un grave errore credere che risolvendo il rapporto coi movimenti si risolverebbe anche il rapporto col popolo. Così come commetterebbero un grave errore quei movimenti (o quei ceti di movimento) che col popolo ritenessero di identificarsi. La necessaria “riconversione sociale” riguarda soprattutto il partito, ma anche i movimenti possono soffrire di chiusure (fatte di linguaggi e stili di vita separati) che ne riducono l’enorme potenziale di diffusione. Pratica sociale per tutti, quindi, anche come costruzione di un terreno d’incontro.
Un terreno d’incontro che va costruito anche su un altro punto. La “rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa” deve trovare “il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche”. Se il partito ha infatti dimostrato la sua (momentanea?) impotenza ad incidere sulla decisione politica (e senz’altro l’impotenza a riuscirci da solo), i movimenti e le esperienze di democrazia diffusa non hanno ancora fatto il salto in avanti. Non hanno ancora costruito appieno le reti orizzontali, ma non hanno nemmeno trovato i canali “verticali” – se non, a volte, in forme lobbistiche e concertative. Questo è il punto non risolto, la domanda, inevasa, di Genova. Una domanda che, in realtà, serpeggia dal ’68: è possibile una politica efficace, capace di incidere sulle grandi decisioni pubbliche, che eviti le insidie della forma-partito? Finché la società sembrava evolversi “naturalmente” verso un qualche “progresso” ci si poteva forse accontentare di costruire “gruppi di pressione pubblici”, di codificare stili di vita alternativi, di depositare valori. Oggi che questo non accade più, oggi che non basta agire di rimessa per correggere le politiche altrui, ma bisogna imporre (e con urgenza) politiche differenti, i movimenti cercano vie ulteriori. E le soluzioni possibili ci sembrano almeno tre: fine del partito, partito di movimento, sistema d’azione plurale. La prima prende atto della scomparsa della sinistra politica e si affida alla sola sinistra sociale ed alla sua capacità di pressione: ma così si rischierebbe, a nostro avviso, di assecondare l’americanizzazione. La seconda conduce ad un nuovo partito sulla scorta dello spesso evocato “modello francese”: ma quel modello non era esente da difetti che oggi potrebbero essere moltiplicati da quella tendenza ad associare frammentazione decisionale e ricomposizione leaderistica che oggi attraversa tutti i partiti. La terza assume invece l’attuale compresenza di partiti, movimenti ed associazioni come un fatto che aumenta il repertorio delle nostre iniziative e delle nostre relazioni con la società, e la valorizza attraverso patti politici che ottimizzino le possibilità insite in un sistema d’azione plurale.
Questa ci sembra, qui ed ora, la risposta migliore. Ed il partito sociale, nella sua doppia accezione di rete di esperienze molteplici e di rapporto pratico-simbiotico col popolo, può muoversi in questa direzione. Può situarsi al punto d’incrocio tra movimenti che si “politicizzano” e partiti che si “socializzano”, superando l’illusione dell’autosufficienza che sarebbe nociva agli uni ed agli altri.
5. Esperienze concrete di possibili percorsi di partito sociale.
I gruppi di acquisto solidali contro il caro vita.
In realtà si tratta di aggiornare in “chiave popolare” i GAS, i gruppi di acquisto solidali che si sono sviluppati negli ultimi anni. Le Acli di Venezia sono riuscite a lavorare su questo terreno, riuscendo a riidurre di circa il 20 % i prezzi dei generi di prima necessità. Hanno messo insieme circa 150 consumatori e sono andati direttamente a contrattare il prezzo dei prodotti dal produttore saltando la distribuzione. Questa esperienza se praticabile all’interno di una battaglia sul caro vita sarebbe estremamente significativa, riuscire infatti a costruire vertenze nazionali contemporaneamente a pratiche mutulistiche è uno degli elementi d’innovazione necessari per attraversare da sinistra la crescente insicurezza sociale.
per approfondire clicca qui
Le mense popolari
Ci sono delle esperienze consolidate se si considerano le mense dei centri sociali. Occorrerebbe capire però se ci sono esperienze di questo tipo in grado di proiettarsi su di un versante ancora più sociale ed in grado di allargarsi a settori popolari del territorio.
Mense con le quali possono collaborare in qualche modo le reti sociali per intervenire sul tema del caro vita, cercando ad esempio di fornire agli anziani con pensioni minime pasti a prezzi ridotti o gratuiti. Uno degli elementi su cui si potrebbe lavorare con le catene alimentari e grandi mercati è quello di avere gratuitamente il non venduto a scadenza breve, sul modello delle voedselbanken olandesi così come lavora il partito del pomodoro, organismi che raccolgono nei supermercati prodotti destinati al macero per distribuirli ai poveri. Abbiamo molte sezioni di partito che hanno al loro interno cucine improvvisate, o anche ben strutturate che organizzano cene, a volte anche pranzi e comunioni. Parliamo comunque quasi esclusivamente di luoghi informali e “fuorinorma” si tratterebbe di capire fino a che punto ogni singola realtà può lavorare in questo senso. Occorre inoltre cercare di volgere lo sguardo anche fuori dal nostro paese, soprattutto in Sud America dove ci sono esperienze di mutualismo che dovremmo prendere come spunto per il nostro lavoro. Segnaliamo a titolo di esempio esperienza progetto alimentario
Asili nido popolari
Spesso le rette degli asili nido, anche pubblici sono alte, altre volte gli asili non ci sono proprio. Potremmo pensare di destinare alcune delle nostre strutture per creare asili popolari dove magari riusciamo a dare anche forme di autoreddito per chi lavora. Possiamo in questa prospettiva pensare che i nostri asili dovrebbero avere una retta nettamente inferiore sia agli asili pubblici sia agli asili privati, e pensiamo che questo lavoro debba inserirsi in una forma rivendicativa nel territorio per pretendere asili pubblici. Non neghiamo che sia un percorso difficile e contraddittorio, più compagn* hanno sollevato obiezioni sulla difficoltà normativa che si incontrano. Certo è che se ci riescono i privati potremmo in qualche modo riuscirci anche noi, pensando di mettere insieme ad esempio autoreddito, militanza sociale, e banche del tempo in un circuito virtuoso che tende a ridurre i costi della struttura. Pensiamo che sia praticabile però in situazioni dove la carenza di queste strutture è significativa, soprattutto in ambito metropolitano.
I mercatini del libro usato
Ci sono molte esperienze, a volte però lasciate all’improvvisazione, io penso che vadano stabilizzate. Dovremmo però discutere di questo, dal mio punto di vista le case della sinistra o anche le nostre sezioni dovrebbero essere risorse per favorire lo scambio senza il “lucro” derivante tra la vendita e l’acquisto dei libri usati, o in qualche modo che siano assolutamente più competitive in termini di prezzo delle esperienze che ci sono oggi. Vi segnaliamo l’esperienza dello scambio peer to peer di exit torino.
Le banche del tempo
Possiamo pensare che le nostre sezioni o le case della sinistra possono diventare luoghi in cui promuovere fra chi le frequenta le banche del tempo. Le banche del tempo funzionano su elementi di fiducia, di conoscenza reciproca, io penso che si adatterebbero bene al concetto di comunità politica e sociale. In Italia sono nate circa 10 anni fa: chi sa fare una cosa offre il suo tempo e in cambio riceve un aiuto se ne ha bisogno. La segreteria di ogni banca del tempo tiene la contabilità dei conti correnti di ciascun socio, ma invece dei soldi ci sono ore di prestazione da dare o da ricevere. Nessuno sa quante siano. “Noi siamo in contatto con 320 banche, sparse un po’ in tutta Italia -afferma Luigi Tomasso, giornalista in pensione che cura la newsletter del coordinamento delle banche del tempo di Milano e provincia – . Ce ne sono sicuramente molte di più e sono concentrate al nord, perché sono le regioni dove manca di più il sostegno della rete familiare e quindi si cerca aiuto e relazioni altrove” . Riteniamo che lavorare sulle banche del tempo sia uno dei punti principali per il nostro reinsediamento sociale nei territori, promuovendole o lavorando con esse se già esistono. Non tralascerei l’iniziativa istituzionale per consolidarle nei comuni e nelle circoscrizioni. Leggi esperienza San Salvario
Leggi come fare una banca del tempo
I corsi di lingua ed alfabetizzazione informatica e di recupero scolastico.
Sarebbe interessante non solo fornire corsi di lingia italiana per stranieri, ma anche corsi di lingua d’origine per i figli di immigrati, bisogno questo molto sentito. Sensa dubbio il tema della qualificazione di forme di alfabetizzazione informatica è molto significativo, sia in rapporto ad una prospettiva in cui i militanti sociali determinano una forma di agenzia delle notizie dal basso, una Indimedya più solida che in qualche modo interviene essa stessa nella costruzione delle notizie dei territori, sia rispetto al tema del free software. Abbiamo molti compagni che inoltre insegnano nelle scuole o sono precari, attivare nei nostri luoghi dei corsi popolari per il recupero scolastico potrebbe non soltanto contribuire a ridurre il carico di spesa delle famiglie ma anche comprendere meglio i bisogni ed i linguaggi delle nuove generazioni.
Le palestre Popolari
Uno dei migliori strumenti per costruire legittimazione sociale e politica nelle periferie. Certo le contraddizioni non mancano ma ultimamente stanno prendendo piede portando alcuni centri sociali in una dinamica più legata al quartiere. Ci sono palestre popolari in varie città italiane, Roma, perugia, ancona, cosenza, ecc. interessante il tema che affrontano dello sport sociale con prezzi popolari per i corsi ( circa 30 euro al mese).
“militanti sociali pari”
la peer education è un concetto che molti di noi hanno appreso dal lavoro di strada, è una strategia educativa flessibile e “rivoluzionaria”. In quanto sposta la centralità del ruolo pedagogico (e la quota di potere a esso associato) dall’esperto tradizionale, adulto e professionalizzato, al giovane opportunamente formato. Essa si dimostra vincente rispetto agli approcci pedagogici classici, soprattutto quando il messaggio veicolato ha per oggetto il “non fare”, come nel caso della prevenzione di un comportamento a rischio. È dimostrato che, in tali contesti, la prescrizione autoritaria può rivelarsi ininfluente o persino controproducente. La peer education, al contrario, mette in gioco anche emozioni e competenze relazionali che consentono al messaggio in/formativo di pervenire al suo scopo. Noi pensiamo che in qualche modo questo concetto oggi ci sia di una certa utilità nel fare politica riflettendo su quale modello di militanza delineare, i pari presuppngono una orizzontalità del modello organizzativo, una condizione di similitudine frutto di un insieme valoriale e simbolico di riferimento. Concepire una forma di militanza socialmente competente, che genera intellettualità diffusa oggi è secondo noi la chiave per intendere il partito sociale, per questo riteniamo che vadano create le condizioni per generare competenze sociali in termini autorganizzati. Pensimo ad esempio a gruppi di pari che preludono a forme di mutuo aiuto per singoli temi ( sicurezza sul lavoro, dipendenze, mobbing, processi di stigma, mediazione culturale) e pensiamo a militanti che siano in grado di essere competenti formando a loro volta competenti. Da questo punto di vista pensiamo che occorre riflettere su come poter concepire oggi una formazione di “militanti sociali pari” per il partito sociale. Da questo punto di vista l’agire sociale dei “pari” si contrappone a quello delle “caste” , una schematizzazione banale ma comprensibile sul livello di massa che non investe più, solamente i rapporti materiali nella società, ma investe le forme organizzate e in particolar modo i partiti, ed in maniera più profonda quelli della sinistra. Essi vivono oggi una doppia crisi, in termini di efficacia, e rispetto alla loro forma organizzativa. Senza sciogliere queste due contraddizioni insieme anche la proposta del partito sociale in se, rischia di trasaformarsi in una grande associazione di buoni sentimenti. Per una forma organizzativa, federata, mutualistica che permette di identificarsi in essa, diventa fondamentale definire un’insieme di norme e prassi che permettono processi di identificazione con il blocco sociale di riferimento che la compone, per questo la questione morale e una nuova “diversità” devono essere investimenti senza mediazioni, come elementi centrali nel processo di riforma. Non solo quindi concepire un’organizzazione sempre più paritaria che disperde il potere al suo interno, ma anche quello di concepire un’organizzazione in cui ci siano scarti minimi tra vertice e base, perché è in questa separazione che l’antipolitica trova terreno fertile. Per questo pensiamo che sia necessario affrontare il tema degli stipendi degli eletti ( che non possono essere distanti da quelli di chi vogliamo rappresentare), dei doppi incarichi, fino alla questione della revoca del mandato.
Dalla Piazza alla Strada, generalizzare la contrattazione sociale ogni giorno
Riteniamo che lo spazio dei piani di zona sia un possibile luogo di conflitto, cosi come la circoscrizione, occorre secondo noi costruire non solo sportelli che diano risposte nell’immediato ma fare in modo che questi determinino forme di inchiesta dei bisogni sociali , dei bilanci sociali di territorio che denuncino l’assenza di partecipazione nelle scelte del welfare, che intervengano nei processi di valutazione dei servizi, e che organizzino nel territorio forme di contrattazione sociale, un pò le pratiche che furono fatte proprie da alcune camere del lavoro negli anni 70 quando lanciarono la contrattazione territoriale.( per approfondire leggi contrattazione territoriale). Da questo punto di vista avere sportelli sociali gestiti da “militanti sociali pari” appositamente formati può essere un utile strumento di lotta su temi come la non autusufficienza, la casa, che legittima il nostro agire sociale nel quotidiano e supporta quello politico nel medio lungo termine. Occorrerebe capire se sia possibile creare un pronto intervento sociale, ovvero un gruppo di allerta rapido in grado di poter in poche ore bloccare i sfratti. In qualche modo potremmo pensare il nostro agire nei territori come un sindacato sociale. Il tema della casa inoltre potrebbe essere affrontato, oltre che vertenzialmente chiedendo il blocco degli sfratti e l’espansione dell’edilizia pubblica, anche in termini mutualistici attraverso il terreno dell’autocostruzione. Segnaliamo come esempio questo sito che descrive alcuni interventi in questo.
Microcredito
Altro tema la questione dell’accesso alla finanza solidale, possiamo pensare di qualificarci in questo senso? Le MAG sono delle cooperative, che più di ogni altra forma societaria stimolano il rispetto della partecipazione e dell’uguaglianza tra i membri. Sono soprattutto “società tra persone”, dove lo scambio di denaro avviene tra soci, rispettando la legislazione in materia. Collaborano attivamente per sostenere iniziative serie che intervengono sul territorio in settori comuni agli stessi soci che vi aderiscono: pace, disarmo, ecologia, risparmio energetico, tecnologie appropriate, controinformazione, educazione allo sviluppo, emarginazione, immigrazione, solidarietà sociale, educazione giovanile, commercio equo e solidale.
Il denaro raccolto è prestato a cooperative e associazioni no profit applicando tassi d’interesse e condizioni di rientro vantaggiose. Ciò consente un minimo margine di utile alle MAG per coprire le spese di gestione e una forte convenienza e trasparenza a chi richiede i finanziamenti. Questi vengono condizionati alla qualità sociale dei progetti ed ai rapporti fiduciari tra i soci, mantenendo comunque il controllo sulla solvibilità dei prestiti concessi. Una volta rientrati da un finanziamento, i fondi vengono subito riutilizzati per un nuovo progetto.
Non essendo richieste garanzie patrimoniali è fondamentale la conoscenza della destinazione dei risparmi investiti. Le MAG hanno comunque personale in grado di valutare i bilanci aziendali, di verificare se un progetto funziona e può produrre reddito, di prevedere le potenzialità delle cooperative o associazioni da finanziare. In questo settore non sono ammesse leggerezze, in quanto si maneggia denaro che deve poter essere rimborsato ai soci.
Rendono democratica e trasparente l’organizzazione interna con delle trovate che scardinano alcuni tipici privilegi del “santuario” creditizio. Il capitale sociale sottoscritto e versato da coloro che diventano soci della MAG consente alla cooperativa di lavorare, pur rimanendo sempre di proprietà dei soci, e ciascuno ha comunque diritto ad un solo voto indipendentemente dall’ammontare delle quote versate.
L’ attività è diretta da un consiglio di amministrazione, i cui membri vengono scelti nelle periodiche assemblee dei soci, durante le quali si verificano le linee di azione della cooperativa.
5 per mille
Occorre costruire un’associazione in grado di autofinanziare con il 5 per mille il partito sociale. Le trasformazioni sociali che qui non indaghiamo in maniera analitica, non stanno soltanto prefigurando uno stato sociale minimo e caritatevole, non stanno sempre di più atomizzando e impoverendo le classi popolari, ma stanno indebolendo anche alcune esperienze che in qualche modo avevano costruito sul terreno della solidarietà sociale una propria legittimazione. Gran parte della cooperazione sociale in questa fase, fatte le dovute eccezioni, è sostanzialmente in una deriva economicista che ha reso questo spazio sterile sul versante della promozione dei diritti civili e sociali e un bacino di lavoro precario. Occorre allora intervenire direttamente in questo spazio, che è spazio di costruzione di nuova cittadinanza in maniera articolata, tentando di sviluppare in una forma aperta e federativa con i soggetti del territorio interessati ( cooperative, associazioni formali e non ) elementi di azione sociale diretta che possono tradursi in progetti concreti. La sostenibilità finanziaria di questi progetti, può passare anche dal 5 per mille.
I PRESIDI SOCIALI DI QUARTIERE
Alle Ronde dell’intolleranza dobbiamo rispondere con la provocazione delle Ronde sociali, intese come presidi sociali permanenti che costruiscono legame sociale nei territori. Anche in questo caso lo spostamento è dalla piazza alla strada. Se la ronda è una sera alla settimana noi dobbiamo essere presenti tutti i giorni. La destra populista non si sconfigge con le manifestazioni e i comizi, si sconfigge anche se nella vita quotidiana, riusciamo a dare risposte efficaci, o parzialmente efficaci nel territorio che ci circonda , altrimenti siamo simili ad un soprammobile. La paura sociale esiste, ma proprio perché è una percezione può essere ridotta se come risposta alle politiche della zero tolleranza costruiamo le nostre risposte . Al diritto alla sicurezza deve essere contrapposto la sicurezza dei diritti nel territorio vivibile, il diritto a vivere serenamente il proprio quartiere è dato dal prodotto di diritti sociali, civili, ambientali. Occorre affrontare il tema dell’espansione mafiosa e delle rati della criminalità globale, che in forma differente operano al sud come al nord. Un conto però e dire lottiamo contro la droga e lo spaccio un conto è dire lottiamo contro il narcotraffico, diciamo in fin dei conti la stessa cosa, ma i primi due termini si fermano all’elemento simbolico e allo spostamento temporaneo del fenomeno, il secondo affronta il fenomeno in termini strutturali. Esperienze come quelle portate avanti dalla Palestra Popolare di Perugia o dal progetto dell’arci Torino dicono che è possibile investire su questo terreno. Oggi la prevenzione ad esempio è un settore socialmente morto, dovremmo farla noi l’animazione nei quartieri con le nostre pratiche, anche con i compagni dei centri sociali andrebbe aperta nei territori una discussione perché siano sempre meno centro e sempre più sociale. Oggi non conta avere uno spazio, conta lavorare socialmente nello spazio. Il concetto del “ Se il quartiere si muove la paura scappa” può essere uno dei strumenti interessanti per costruire con pratiche concrete ed moltiplicabili il nostro reinsediamento sociale, ben sapendo che comunque le contraddizioni saranno il nostro pane quotidiano.
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Ambulatori sociosanitari per migranti, rom, persone che non riescono o non possono usufruire del sistema sociosanitario nazionale
E’ da tempo in funzione una rete di “sportelli” i cui nodi sono presenti in numerose città italiane (Genova, Milano, Pisa, Roma, Siena) solo a indicare le più note. In base alle singole problematiche territoriali – diverse fra un contesto metropolitano e uno di provincia – gruppi di lavoro hanno messo in piedi strutture flessibili di intervento e di mediazione, anche sociolingfuistica, necessarie o a prestare cure specifiche (quindi con la presenza di staff medici) ma, soprattutto ad avviare le persone ad un rapporto con le istituzioni publiche preposte. Non assistenzialismo quindi ma reti di protezione sociale che invece di ricadere nella logica di una privatizzazione e di una esternalizzazione di servizi, si pongono il problema di trovare risposte efficaci a chi è in difficoltà. Il “disagio” diviene non elemento escludente ma motivo attraverso cui si mettono insieme energie, competenze, risorse. Il momento in cui si ricostruiscono relazioni sociali e a volte comunitarie che mirano a permettere a ciascuno di ricostruire una propria autonomia non solo sanitaria ma e fondamentalmente sociale.
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