Di seguito una serie di articoli che in qualche modo aprono il dibatitto rispetto al tema del partito sociale e la crisi della politica. Una traccia di discussione che si sta sviluppando in questi mesi e che sinistra sociale segue da tempo.
Un partito rosso pomodoro
I protagonisti «Abbiamo costruito un’organizzazione di attivisti, con un forte radicamento
locale. E lo abbiamo fatto in una delle società più ricche del mondo» Viaggio nella Sp.
A sinistra la rivelazione politica delle ultime elezioni olandesi. Voti triplicati, iscritti in continuo aumento e tanta voglia di battere i socialdemocratici
Luca Tomassini
Inviato a Amsterdam
L’appuntamento con Hans van Heiningen è alle nove del mattino, nella sua abitazione ad Amsterdam sud. Non lontano si trova una delle principali moschee della città, l’anno scorso al centro di polemiche sfociate nell’espulsione dall’Olanda di un imam. Cinquantaquattro anni, di cui otto passati con la moglie medico nel Nicaragua sandinista, per lungo tempo attivo in quel movimento che a partire dagli anni ‘80 aveva trasformato il centro della sua città in una caledoscopica jungla di case occupate, è stato tra i principali animatori dell’opposizione alla guerra in Irak. Nel 2002 il grande salto: si iscrive al Partito socialista (Sp) per divenire nel giro di tre anni segretario nazionale organizzativo. Una “carriera” folgorante che non è un’eccezione ma la regola in un’organizzazione fondata nel 1972 da un manipolo di maoisti e impostasi nelle elezioni nazionali dello scorso 22 novembre come la vera rivelazione della scena politica olandese, volando dal 6 al 17% dei voti.
Una rapida occhiata all’appartamento, un caffé e poi in macchina verso Het land van ooit («Il paese di mai»), un parco divertimenti stile fantasy-medievale nel Noord-Brabant, per immergersi nella campagna elettorale in vista del voto regionale dello scorso mercoledì. «E’ proprio da queste parti che nasceva l’Sp – racconta van Heiningen mentre un muro di pioggia si abbatte sul parabrezza -. Le nostre radici sono nei piccoli centri del sud cattolico, da qui è iniziato il nostro assedio alle città». Assedio più che riuscito, e non solo elettoralmente: il numero dei militanti, caso unico in Olanda, è in crescita vertiginosa. E l’anno scorso Jan Marijnissen, presidente e leader indiscusso del partito da più di vent’anni, si è presentato con un mazzo di fiori a casa dell’iscritta numero 50mila, una giovane di origini turche residente ad Amsterdam. Che lo ha ricevuto con i capelli coperti da un velo.
Van Heiningen spiega che «siamo oramai uno specchio della società olandese, anche per quanto riguarda la presenza degli immigrati: siamo un partito popolare, di attivisti, con un forte radicamento locale. E siamo riusciti a fare tutto questo in una delle società più ricche del mondo, dove il problema non è certo la lotta di classe: meglio denunciare la vergogna che il 10% dei giovani olandesi vive in povertà». Forse è proprio qui quello che è stato definito «il segreto di Oss», dal nome del piccolo centro dove Marijnissen è nato e che ha dato al partito il suoi primi eletti locali nel lontano 1974: nell’approccio pratico, «post-ideologico», nella capacità di dare risposta ai bisogni quotidiani delle persone.
Lotte per il diritto alla casa, per la difesa dell’ambiente, contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, fino all’impegno nelle voedselbanken, organismi che raccolgono nei supermercati prodotti destinati al macero per distribuirli ai poveri. E questo con chiunque, dal collettivo di giovani radicali fino all’associazione caritatevole cristiana. «Cosa mi ha più colpito – dice mentre parcheggiamo – quando sono entrato nel partito? L’efficacia. La nostra è una macchina perfettamente adatta a crescere in un periodo di egemonia della destra». Van Heiningen mostra una copia del Volkskrant, secondo quotidiano del paese di tendenza liberalsocialista, dove il noto articolista Henrik-Jan Scoo dichiara il suo voto: «E’ ora che la politica si faccia più umana e sociale, nel giardino di casa come nella capitale. E a volte l’Sp sembra l’unico vero partito politico sopravvissuto: serio, concreto e capace di mobilitare». Ma forse non è tutto qui. In un paese attraversato da una religiosità profonda, che negli anni ‘70 aveva amato l’allora leader socialdemocratico (PvdA) Joop den Uyl e la sua proposta di salari uguali per tutti, i deputati dell’Sp che consegnano l’intero stipendio al partito per riceverne 2.000 euro al mese non possono che suscitare fiducia. Così come l’orgogliosa rivendicazione delle proprie origini operaie di Marijnissen medesimo, l’unico politico di un certo rilievo che non si sia trasferito all’Aia, la capitale.
E’ uno “stile” raccomandato su un vero e proprio manuale per militanti partorito circa dieci anni fa, e significativamente intitolato «Lokaal Actief», dove molto spazio è dedicato all’esempio che ogni iscritto al partito è chiamato a dare. «Sperimentiamo su noi stessi cosa significa vivere in maniera modesta, come socialisti», spiega van Heiningen mentre ci facciamo largo tra biciclette con rimorchi a forma di pomodoro dai quali viene distribuita zuppa di pomodoro, giovani con pomodori dipinti sul viso distribuiscono spugnette a forma di pomodoro e i più grandi bevono birra appoggiando i loro bicchieri su cartoncini a forma di pomodoro. Poco lontano una piccola folla circonda la Fiat 500 rosso pomodoro usata da Marijnissen in campagna elettorale.
Inutile dirlo, è il «pomodoro» il simbolo del partito, dal 1994. In quell’anno Marijnissen faceva il suo ingresso in parlamento dopo una aggressiva campagna contro il PvdA di Wim Kok, che avrebbe dato vita alla coalizione “porpora” con i liberali (Vvd) e inaugurato una stagione fatta di diritti civili e liberismo. Lo slogan era «Vota contro, vota Sp», su un manifesto col disegno di un omino nell’atto di lanciare, appunto, un pomodoro contro il palazzo del governo. All’interno del parco c’è di tutto, spettacoli con con fatine per i bambini e concerto stile roaring sixties per i più grandicelli, in attesa dei comizi finali.
Mikie, 19 anni, pettorina rossa, diploma tecnico e iscritta a una laurea breve, viene da Tilburg, a Sud: «Nell’Sp imparo cos’è la politica. Ho conosciuto tanta gente e ho anche imparato qualcosa su me stessa. E’ importante incontrare persone diverse da te». Ma perché proprio l’Sp? «Sono gli unici che fanno veramente qualcosa per i giovani: centri sociali, attività ricreative, iniziative culturali. E poi la casa». A Ton, studente universitario a Amsterdam, piace «la loro concretezza». Dice di volere una società più umana e solidale e anche lui insiste sul fatto che con l’Sp impara «a conoscere la politica». E Pim Fortuyn, Theo van Ghog e le tensioni esplose dopo l’11 settembre 2001? «E’ vero, c’è un razzismo diffuso. Le persone sono sole, spaventate e per questo si barricano nelle loro case.
Mentre i politici non fanno altro che indurle ad avere sempre più paura».
Dopo l’assegnazione di un premio per il miglior manifesto elettorale, è l’ora dei comizi: esordisce il senatore Tiny Cox. Quando grida che presto l’Sp supererà il PvdA gli applausi sono scroscianti, e quando domanda quanti tra i presenti votassero socialdemocratico almeno la metà della sala alza la mano. Tocca a Marijnissen, che salta sul palco afferrando un borsalino e saluta quasi come un giullare: è attento a gettare sul PvdA le responsabilità della mancata formazione di una coalizione di sinistra. Ora la parola d’ordine è «Vota per, vota Sp»: «Oramai il problema non è più se andremo al governo, ma quando». Ancora applausi. L’obiettivo è chiaro e i quattro anni di opposizione probabilmente attendono il partito di Marijnissen serviranno per consolidare l’organizzazione. «Mi sono dato questo tempo per trasformare la quantità in qualità – spiega van Heiningen sulla via del ritorno – e per questo stiamo intensificando gli sforzi per la formazione dei quadri».
Un argomento caro a Ronald van Raak, 37 anni, senatore prima e oggi deputato alla testa del “dipartimento cultura”. Non si definisce marxista ma ha appena pubblicato «Una vita piena e rossa» dove con altri commenta vari testi della tradizione socialista. Vive a Amsterdam e lo incontriamo nel centralissimo caffé de Balie, a due passi dall’università. «Siamo un partito popolare – ripete anche lui – ma gli intellettuali cominciano a avvicinarsi. Ci sono due problemi, uno legato alla loro età, l’altro che definirei più propriamente di classe. I più anziani sono con noi ma restano legati al PvdA. E poi gli intellettuali sono individualisti, faticano a trovare il loro posto in un partito di militanti. Ma per i giovani il discorso è diverso,si avvicinano a noi e cercano più che un semplice stipendio». Parla del corso “Marx for dummies”, organizzato l’estate scorsa, e ne annuncia uno sulla storia del movimento socialista: «Ma non ci identifichiamo con nessuna corrente di pensiero», precisa. Forse, per capire, bisogna ricordare che in Olanda a parte Spinoza teorici politici di rilievo non sono mai esistiti, ma van Raak suggerisce anche di andare a Rotterdam a vedere una lezione Actievoering, organizzazione di azioni.
Lì, nella spartana direzione nazionale del partito, attende Leo de Kleijn, consigliere comunale, tessera dal 2002 dopo anni nel Socialist international, una piccola organizzazione di ispirazione trotzkista. Che l’anno scorso è entrata nell’Sp ma è stata subito espulsa: «Sono stati troppo bruschi, si presentavano alle riunioni con le loro bandiere». E’ l’unico caso di provvedimenti disciplinari di cui siamo venuti a conoscenza, in un partito che tuttavia ha conosciuto momenti di intenso dibattito interno. Per esempio quando ha “riconosciuto” la Nato e molti militanti «temevano di vedere l’Sp fare la fine del PvdA». Le lezioni di Actievoering si svolgono in un centro so ciale, dove una ventina di persone seguono Mark, armato di computer e proiettore. Tra le massime sullo schermo: «Nessun diritto di parola senza inchiesta», poi una lunga lista di indicazioni pratiche, centrate sul rapporto con le persone, con i loro bisogni, fino a un rotondo «servire il popolo».
Alla fine è il momento delle proposte degli “studenti”: i biondi concordano sull’occupare case, gli immigrati e i loro figli sostengono invece iniziative contro la destra razzista. Ipotesi bocciata perché, spiega Mark, «così si scatenano emozioni che impediscono di ragionare, di convincere. Meglio portare quelle persone con noi a prendere possesso di un appartamento».
Articolo uscito su Liberazione venerdi 1 febbraio
DI QUALE PARTITO ABBIAMO BISOGNO ? COSA E’ UTILE ALLA SOCIETA’ ? COSA E’ UTILE AL PARTITO ?
Riteniamo che sia un’errore strategico connotare il tema della crisi della politica come elemento esclusivamente negativo senza iniziare una ricerca seria per capire da dove nascono le cause e le fratture sociali che la determinano, e riteniamo che sia altrettanto sbagliato, opporre a questo processo il tema dell’unità a sinistra, che è necessaria ma di per se non sufficiente. Lo scarto, tra sociale e politico, oggi investe le forme della rappresentanza e della militanza politica, destruttura i corpi intermedi e diviene quanto più intenso quanto più la società si frammenta. Un doppio movimento che si è maturato in maniera progressiva in decenni di trend negativo per la sinistra dovuto alla restaurazione capitalista. Le implicazioni di questo fenomeno vanno ricercate nel primato dell’economia sulla società, nella sconfitta storica del movimento operaio, nelle impressionanti trasformazioni sociali che sono arrivate alla piena maturazione in questo inizio di secolo. Ognuno di questi argomenti andrebbe approfondito, ma vogliamo concentrarci invece, per provare a capire se in questa faglia che si è prodotta nella società tra politica e sociale, e tra casta e “pari”, possiamo paradossalmente trovare dei punti utili per innovare, anche sul versante organizzativo sia il nostro partito, sia il processo costitutivo di un soggetto unitario e plurale della sinistra. Quella in cui viviamo oggi è, dal punto di vista simbolico la società dei “pari” e delle “caste”, una schematizzazione banale ma comprensibile sul livello di massa che non investe più, solamente i rapporti materiali nella società, ma investe le forme organizzate e in particolar modo i partiti, in maniera più profonda quelli della sinistra. Essi vivono oggi una doppia crisi, in termini di efficacia, e rispetto alla loro forma organizzativa. I “pari” come agire politico e sociale, scambiano saperi tra loro in maniera orizzontale generando di fatto una intellettualità diffusa, utilizzano la rete ( pensiamo ai blog) come strumento fusionale dell’azione politica e sociale, organizzano scioperi e manifestazioni, blocchi stradali, rave party per sms. I pari vivono una condizione di similitudine immediata, a volte simbolica a volte materiale altre volte ludica, che li rende partecipi di un sentire comune con uno specifico patrimonio simbolico.
Il fatto che i pari abbiano sviluppato una critica senza mediazioni alle forme verticali della politica, deve essere guardato con estrema attenzione, perché è proprio partendo da questi fattori che possiamo tentare di introdurre elementi d’innovazione per affrontare la fase attuale. Per una forma organizzativa come la nostra, diventa fondamentale definire un’insieme di norme e prassi che permettono processi di identificazione con il nostro blocco sociale di riferimento, e questo può avvenire rimettendo la questione morale e una nuova “diversità” come elementi centrali nel processo di riforma del partito. Non solo quindi concepire un’organizzazione politica sempre più paritaria che disperde il potere al suo interno, ma anche quello di concepire un’organizzazione in cui ci siano scarti minimi tra vertice e base, perché è in questa separazione che l’antipolitica trova terreno fertile.
Per questo pensiamo che sia necessario affrontare senza mezzi termini, a partire dal nostro statuto il tema degli stipendi ( che non possono essere distanti da quelli di chi vogliamo rappresentare), dei doppi incarichi, fino alla questione della revoca del mandato, oltre che ovviamente alle altre questioni aperte nella conferenza di Carrara. Elementi questi utili per evitare la deriva burocratica che ha attraversato la storia delle organizzazioni del movimento operaio e segnare una profonda discontinuità. Un partito è veramente diverso quando è diversa la sua “unità minima”, la sua cellula elementare, che è il circolo territoriale. Per questo è necessario spostare il baricentro dalla militanza politica stile “ totale” idelogica – (anni 70) e mettere a valore quella militanza fatta di competenze adesione a progetti emersa dall’inchiesta sul partito fatta dal PRC . Insomma, nel nostro caso, occorre che il circolo territoriale che ha soprattutto funzione di discussione e propaganda politica si trasformi nel circolo che ha soprattutto una funzione di organizzare una risposta diretta ad un bisogno sociale immediato.
Per ricostruire la nostra legittimità occorre riscoprire l’umiltà del lavoro quotidiano come spazio fondamentale d’inchiesta e azione politica e sociale. Pensiamo che il divenire della sinistra in partito sociale, fusionale e plurale, di genere, inteso come risposta organizzativa alla deriva populista che sta subendo il nostro paese, sia l’unico elemento che ci permette di entrare in sintonia con i ceti popolari e costruire percorsi di conflitto per attraversare da sinistra la crisi della società prodotta dal neoliberismo. Il richiamo al Marx del partito sociale diviene in questa fase storica estremamente importante, perchè le trasformazioni sociali che qui non indaghiamo in maniera analitica, non stanno soltanto prefigurando uno stato sociale minimo e caritatevole, non stanno sempre di più atomizzando e impoverendo le classi popolari, ma stanno indebolendo anche alcune esperienze che in qualche modo avevano costruito sul terreno della solidarietà sociale una propria legittimazione.
Gran parte della cooperazione sociale in questa fase, fatte le dovute eccezioni, è sostanzialmente in una deriva economicista che ha reso questo spazio sterile sul versante della promozione dei diritti civili e sociali. Occorre allora intervenire direttamente in questo spazio, che è spazio di costruzione di nuova cittadinanza in maniera articolata, tentando di sviluppare in una forma aperta e fusionale con i soggetti del territorio interessati ( cooperative, associazioni formali e non ) elementi di azione sociale diretta (costruzione di mense e palestre popolari, gruppi di acquisto contro il caro vita, sportelli sociali sui diritti, corsi di lingua per migranti e di alfabetizzazione informatica, asili nido popolari,mercati del libro usato ) .
E ‘del tutto evidente che di per se’ la connessione da ristabilire con la solitudine di una classe, simbolicamente e drammaticamente manifestatasi nei funerali degli operai della Tyssen a Torino, non può essere risolta solo sui punti che abbiamo affrontato, ma è altrettanto vero che senza l’unione di pratica dell’obiettivo e di contemporanea vertenza politica per la generalizzazione dell’obiettivo stesso tutto diventerebbe più difficile. La connessione tra sociale e politico non risolta dal congresso di Venezia rimane per noi il nodo da sciogliere , l’alternativa di società l’ orizzonte, il processo unitario la strada da percorrere .
Piobbichi Francesco – dipartimento politiche sociali PRC
Favilli (Resp. Coord. Grandi Gruppi Industr. Prc)
Vittorio Mantelli – Dipartimeno inchiesta PRC
Simone Sallusti – Resp. Organizzazione segreteria PRC ROMA
CASE DELLA SINISTRA, UNA RISORSA APERTA PER LA COOPERAZIONE SOCIALE
All’accellerazione del processo unitario, prodottasi per effetto della crisi di governo, occorre contribuire da subito aprendo la riflessione sulle forme organizzative dell’agire politico, e dalle regole che queste si danno. Viviamo in una società in cui i nuovi ceti popolari sono atomizzati, e dove la guerra tra poveri, fomentata dalla retorica del capro espiatorio è la linfa vitale dalla quale traggono consenso le classi dominanti. E’ un presente ansioso che ha spiazzato la sinistra storica, sconfitta e lasciata senza parole dopo decenni di lotta, senza più le pratiche per intervenire nello spazio della quotidianità in una società trasformata, scomparsa di fatto nel vissuto di lavoratori e dalle condizioni di vita dei nuovi ceti popolari.
Se vogliamo proporre l’alternativa di società, occorre partire da questi elementi, e lavorare più in basso di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Per questo, pur comprendendo le critiche, riteniamo sterile il dibattito che si è aperto in questi giorni sulla questione del simbolo. Non c’è mai piaciuta la diatriba tra chi è avvinghiato ai simboli per non cambiare nulla come quella di chi, in nome del continuo cambiamento, lascia inalterato il tutto nelle forme organizzative. Per questo riteniamo necessario segnare uno spartiacque, nel percorso della Sinistra Arcobaleno a partire dalle forme e dalle regole che questa si da.
Senza indagare a fondo gli elementi che producono uno scarto tra il politico ed il sociale rischiamo di compiere un mezzo passo. Questo non è un discorso generazionale, ( non è l’età ad evitare le derive burocratiche dei partiti o delle strutture di movimento ) ma il tentativo di dislocare il processo della sinistra arcobaleno in avanti. La retorica di mettersi insieme per evitare la scomparsa della sinistra, mantenendo le stesse forme classiche dell’agire politico, non ci convince, noi non stiamo costruendo la sinistra arcobaleno per far sopravvive la sinistra, lo stiamo facendo per trasformare la società, e per far questo occorre dotarsi degli strumenti necessari.
Per questo motivo il convegno sulle case della sinistra, che si terrà nella metà di marzo, assume un significato particolare, perché si colloca nel momento in cui più forte si sente il contributo per aprire in maniera allargata la discussione sulle forme organizzate dell’agire politico. Partiamo allora dagli elementi semplici, dai luoghi, da quelli che esistono e da quelli che si creeranno in futuro, e definiamoli “Case della Sinistra”, intese come spazi pubblici di discussione ma soprattutto, intese come spazi in cui si riduce lo scarto tra la nostra proposta politica e le pratiche quotidiane. Rimaniamo colpiti dal fatto che le ACLI di Venezia stanno organizzando dei gruppi di acquisto solidali contro il caro vita che riescono a ridurre i prezzi dei generi alimentari del 20% ( delle patate e delle zucchine molto di più! ) senza che nessuno provi a vedere che in questa attività, semplice e al tempo spesso radicale, c’è un’elemento fondamentale, la pratica coincide con la proposta. Pensiamo il significato di una tale iniziativa nella fabbrica di Mirafiori o in un quartiere popolare di una città metropolitana, pensiamo cosa potrebbe voler dire assumere per la Sinistra Arcobaleno questa pratica all’interno di una lotta generalizzata contro il caro vita per bloccare i prezzi di prima necessità. Pensiamo cosa potrebbe significare sul livello simbolico e materiale strutturare un progetto nazionale fatto di decine di migliaia di persone, di centri sociali, sindacati di base, pensionati, studenti universitari ed immigrati che utilizzino le case della sinistra come “risorsa” in cui appoggiarsi per arrivare a fine mese e contrattare direttamente dal fornitore il prezzo dei prodotti.
Ci siamo chiesti perché le strutture di rete, di acquisto, di mobilitazione, riescono in questa fase storica, in maniera più incisiva dei partiti e dei soggetti intermedi, ad incidere e legittimarsi socialmente. La risposta che ci siamo dati è più semplice di quanto si pensi, gli appartenenti alle reti, che eccedono il concetto stesso della comunità, si considerano “pari” tra loro, vivono una condizione di similitudine, ed insieme cooperano e scambiano saperi come in poche volte era successo nella storia delle organizzazioni sociali moderne, pensiamo alla pratica del peer to peer.
Perché allora non concepire le Case della Sinistra come “risorsa aperta” per questo tipo di cooperazione sociale. Che sia un gruppo di acquisto, un corso di alfabetizzazione, o un mercatino per lo scambio dei libri usati, che sia un luogo per incontrarsi e ricostruire il legame sociale, una palestra a prezzi popolari o una mensa, una banca del tempo, poco importa, quello che ci sembra significativo in questa fase, è iniziare a ragionare concretamente con quali pratiche vogliamo riempire i nostri luoghi, e soprattutto come con essi ricostruiamo una nostra differenza nella percezione comune.
Il nostro blocco sociale di riferimento, dai precari ai lavoratori autonomi di seconda generazione, fatto di pensionati e lavoratori intellettuali, di donne, migranti e giovani delle periferie, per avere una speranza dalla Sinistra, deve trovare in essa una risorsa nel territorio. Non è la rivoluzione, ma è vero che per costruire un altro mondo possibile, occorre sopravvivere socialmente e materialmente nel mondo grande e terribile nel quale viviamo tutti i giorni.
Piobbichi Francesco – Politiche sociali PRC Elio Bonfanti – Forum Sinistra Europea articolo uscito su liberazione sabato 22 febbraio
Stipendi degli eletti e partito sociale
Continua il dibattito dentro al PRC sul Partito Sociale, segnaliamo due articoli sulla questione della forma partito, etica della politica, e questione morale
Caro Giovanni, hai ragione fino a quando gli stipendi dei nostri eletti saranno più simili a quelli dei padroni, non potremmo aspettarci altro che diffidenza dal blocco sociale che vogliamo rappresentare. L’etica politica ridiventa – dici giustamente nel tuo articolo di domenica giovanni-russo-spena.doc – un paradigma fondativo della “questione morale”: il popolo di sinistra è disorientato, è disincantato. Sarebbe beffardo che venissimo colpiti proprio noi.
Ho una certa esperienza della strada, ed è un po’ che dico e scrivo, che il terreno sul quale investire, anche in questa campagna elettorale è quello della quotidianità, del vissuto materiale delle persone, spazio difficile da conquistare quando ti senti dire che sei esattamente come gli altri. L’errore che in molti stanno commettendo, anche quelli che in qualche modo immaginano una sinistra unita, è proprio quello di superare questa enorme difficoltà del nostro agire sociale sulla quotidianità con un’accordo fra segreterie e nel migliore dei casi, fra queste e il ceto politico di movimento.
Sarò franco, alcuni segnali, come l’aver inserito nei criteri delle nostre liste, quello della presenza paritaria di donne e di uomini e il limite del doppio mandato, sono segnali importanti ma ancora insufficienti. Il solco tra politica e sociale non si richiude dall’alto, ma dal lavoro nel basso, nel vivo delle contraddizioni sociali che viviamo ogni giorno, o siamo presenti in quello spazio di tempo o semplicemente non siamo.
Il punto è infatti concepire un’organizzazione politica che attraversi da sinistra la crisi della politica, che è crisi della società. Un’organizzazione che sviluppi un prevalente sociale, connettivo e mutualistico, vertenziale e rivendicativo nelle quotidianità, a partire dalla borsa della spesa fino al diritto allo sport.
Occorre insomma prendere spunto da quelle pratiche che si sono sviluppare nella società in questi anni per sostenerle e riproporle in termini di massa rispettando e favorendo la loro autonomia. Penso ai gruppi di acquisto contro il caro vita, alle palestre popolari, alle banche del tempo, alle Mutue Autogestite, alle mense popolari e agli asili nido autogestiti, ai mercatini del libro e chi più ne ha più ne metta.
Per fare tutto questo non c’è solo bisogno di formare nuovi militanti sociali in grado di gestire questo processo, non c’è solo bisogno di ripensare i nostri luoghi, ci sarà bisogno anche di soldi, di tanti soldi. Oggi gli eletti, appartenenti alla nostra organizzazione versano al partito il 50 % dei loro compensi, ed è una parte consistente.
Questo però non è sufficiente, perchè è il soggetto “partito” in se ad essere pecepito come soggetto distaccato dalla società nel migliore dei casi. Anche per questo penso penso che si dovrebbe destinare un’altra parte, aggiuntiva, dello stipendio dei nostri eletti, alla costruzione del partito sociale. So che molte e molti già lo fanno, ad esempio finanziando sui territori le prime esperienze di Case della sinistra; ma sarebbe utile che questa pratica fosse generalizzata e leggibile come pratica collettiva. Otterremmo così due importanti effetti, il primo è che dal punto di vista simbolico si affermerebbe un’organizzazione coerente, i cui membri anche quando sono eletti sono parte di un modello orizzontale della nostra organizzazione, in cui la dimensione politica e quella sociale sono connesse. Il secondo è che si avrebbe a disposizione un’ulteriore quantità di risorse per dare risposte alla quotidianità, sviluppando il partito sociale mentre sviluppiamo la nostra battaglia politica.
Per far questo non penso che ci sia bisogno di normative, sono convinto che al prossimo congresso dovremmo stabilire un tetto massimo valido per tutti come ha fatto in Olanda il Partito del Pomodoro, ma nell’attesa nulla vieta che a titolo volontario le candidate e i candidati del Prc dichiarino la loro disponibilità a stare in connessione non solo di presenza e di rappresentanza, ma anche sotto il profilo economico con le lotte e le vertenze sociali. Tra l’altro, questo sarebbe anche il modo per far vivere in campagna elettorale la nostra proposta di alternativa di società.
Piobbichi Francesco – Politiche Sociali PRC
Lettera di Paolo Cacciari
Da dove trae linfa vitale (consenso) un partito politico? Dal marketing, se puoi contare su cospicui finanziamenti (ogni voto – in teoria – vale uno, ma costa diversamente). Dal carisma del capo, se sei ben piazzato nel palcoscenico della rappresentazione che la politica da di sé. Dal collante identitario, se ha un’idea olistica di società, in grado di dare una spiegazione al mondo e pensa di avere preconfezionata una risposta ad ogni cosa.
Viceversa una forza politica che persegua l’obiettivo della trasformazione della società non può che trarre la propria forza dai soggetti vitali che confliggono per trasformare la società. Un gioco di parole, tautologico che ci permette però di capire la lunga parabola dei tradizionali partiti politici di massa della sinistra, ma anche la possibile via di uscita.
Come descrive benissimo Pino Ferraris nel suo saggio “Politica e società nel movimento operaio” nell’ultimo numero di Alternative per il socialismo , la forma partito che il movimento operaio si è storicamente dato, non è sempre stata quella che conosciamo e che abbiamo continuato a praticare. Essa prevale con Kausky, Turati e Lenin e deriva da una idea di partito come strumento di conquista del potere statale, “organizzazione di combattimento” centralizzata, gerarchica, sovraordinata alle organizzazioni di massa (sindacati, associazionismo). Ai partiti operai nel corso del novecento vengono affidati i compiti di “mobilitazione controllata” delle masse, dalla partecipazione alla prima guerra mondiale alla mobilitazione nazionale per la ricostruzione industriale del “patto fordista” in una simbiosi sempre più stretta tra partiti e stato, con o senza la loro partecipazione diretta ai governi. Ferraris cita Katz a proposito della crisi dei partiti politici: “Associazioni di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali”. I partiti diventano i “partiti delle cariche pubbliche” e si allentano i legami con i ceti e i raggruppamenti sociali di riferimento.
Avrebbe potuto andare diversamente. Altri modelli di partiti operai erano in campo, ispirati all’esperienza comunalista e federalista della Comune di Parigi. Libere associazioni volontarie, solidali, orizzontali, mutualistiche, portatrici di una politicizzazione pervasiva delle masse e di una cultura dai forti contenuti etici. Federazioni di raggruppamenti economici e sociali, leghe di resistenza e cooperative che oggi potremmo chiamare di altra-economia. Dice sempre Ferraris: un modello di “partito sociale” che operava concretamente per realizzare elementi di “altra società” dentro la società. Al contrario del “partito politico” che si strutturava come uno “stato nello stato”.
Tutto questo ha qualche cosa da dirci ancora oggi?
Siamo ad un tornante stretto della storia della democrazia. Sono riusciti a chiudere le porte dei parlamenti alle rappresentanze portatrici di idee di società alternative e di pratiche antagoniste. In Italia non ci hanno lasciato nemmeno il “diritto di tribuna”! Hanno bisogno di stabilità assoluta, di governance . Le assemblee elettive non sono più praticabili dai movimenti di massa per il cambiamento. Un’ipotesi di trasformazione della società non può che passare attraverso «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» (Ferraris, p.55).
L’azione dei comunisti deve quindi ricentrarsi, rovesciarsi nelle pratiche sociali, nel fare società, nell’autogestione dal basso, nella pratica dell’obiettivo, nella costituzione di elementi di un’altra società possibile. Questa rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa devono trovare il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche.
Servono forme e contenuti delle politica radicalmente nuovi «che siano in grado di far convergere, nel rispetto delle diversità, uno spettro arcobaleno di pratiche e culture sociali; forme che permettano di governare la tensione tra globale e locale con reti territoriali di cooperanti autonomie» (Ferraris, p.60).
Un “partito sociale”, forse. Sicuramente non più un partito separato dai movimenti e dalla società civile.
Paolo Cacciari
22/04/200
Il Partito Sociale, per sfidare l’orizzonte
Qual è il gesto elementare del militante del partito politico? Distribuire un volantino, poniamo, contro il carovita. E qual è, invece, quello del militante del “partito sociale”? Costruire un gruppo d’acquisto solidale, ossia praticare l’obiettivo, far crescere l’autorganizzazione, creare legame sociale, acquisire nel concreto la fiducia del “popolo”. E poi, certo, distribuire il volantino.
Di partito sociale ha scritto recentemente su Liberazione, sulla scorta di un articolo di Pino Ferraris, Paolo Cacciari. Da tempo stiamo lavorando su una ipotesi analoga, e pensiamo che, se non si svolta verso il partito sociale, ogni richiamo a “tornare ai territori”, a “radicarsi nelle masse” sia vacuo e ripetitivo, e si traduca, appunto solo nel distribuire qualche volantino in più alla gente, nei mercati. Cosa utilissima. Ma insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione con il popolo che non può più essere puramente ideologica o puramente politica: deve essere pratica, deve costruire esempi alternativi visibili: asili autorganizzati, palestre popolari, sportelli informativi.
Si tratta di intrecciare le pratiche del militante e quelle del “volontario” e si tratta, soprattutto, di costruire un rapporto tra pari: al gruppo d’acquisto partecipi anche tu, perché anche tu vivi la stessa condizione di precarietà e di povertà crescente, perché anche tu sei “popolo”. Al rapporto verticale va sostituito un rapporto simbiotico. Lo scollamento fra politica e società (che peraltro sembra riguardare soprattutto noi) può essere ridotto solo se l’organizzazione politica lo riduce, immediatamente, nel suo funzionamento elementare.
Non sarebbe un’ esperienza inedita. I movimenti di emancipazione si radicano non solo organizzando conflitti, ma anche (o addirittura soprattutto) organizzando quei servizi che lo Stato non garantisce ancora o, come nel nostro caso, non garantisce più. Il partito sociale di oggi offre una risposta concreta (anche se insufficiente) alla crisi del welfare, mobilita attitudini positive sia nel popolo che nei propri aderenti perché costringe questi ultimi a diventare competenti, ad essere esperti non più solo in retorica politica, ma anche in lavoro sociale. E può attrarre, proprio per questo, anche molti di quei lavoratori (e soprattutto lavoratrici) sociali che sono parte crescente – e priva di rappresentanza – del nuovo proletariato.
Favorendo un rapporto effettivo col popolo ed anche con nuove leve di lavoratori e lavoratrici il partito sociale può finalmente consentire anche a noi quell’apertura alla società che finora – bisogna riconoscerlo – è riuscita solo ai partiti di destra. Certo, la destra si è aperta ai lati negativi della società, ha prodotto mobilitazione populista (e quindi xenofobia), permeabilità ai gruppi di interesse (e quindi eclettismo), informalità decisionale (e quindi leaderismo), costruzione di carriere (e quindi opportunismo), legittimazione di personale politico proveniente da imprese o da apparati di stato (e quindi subordinazione ai ceti dominanti). Ma noi non ci siamo aperti a nulla, e a volte abbiamo riprodotto almeno una parte di quell’apertura negativa.
Ma la questione del partito sociale ha anche un altro aspetto, che riguarda la relazione che il partito “classico” costruisce coi movimenti e le associazioni. I due aspetti non devono essere confusi. Sarebbe infatti un grave errore credere che risolvendo il rapporto coi movimenti si risolverebbe anche il rapporto col popolo. Così come commetterebbero un grave errore quei movimenti (o quei ceti di movimento) che col popolo ritenessero di identificarsi. La necessaria “riconversione sociale” riguarda soprattutto il partito, ma anche i movimenti possono soffrire di chiusure (fatte di linguaggi e stili di vita separati) che ne riducono l’enorme potenziale di diffusione. Pratica sociale per tutti, quindi, anche come costruzione di un terreno d’incontro.
Un terreno d’incontro che va costruito anche su un altro punto. Cacciari conclude il suo ottimo intervento dicendo che la “rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa” deve trovare “il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche”. Se il partito ha infatti dimostrato la sua (momentanea?) impotenza ad incidere sulla decisione politica (e senz’altro l’impotenza a riuscirci da solo), i movimenti e le esperienze di democrazia diffusa non hanno ancora fatto il salto invocato da Cacciari. Non hanno ancora costruito appieno le reti orizzontali, ma non hanno nemmeno trovato i canali “verticali” – se non, a volte, in forme lobbistiche e concertative.
Questo è il punto non risolto, la domanda, inevasa, di Genova. Una domanda che, in realtà, serpeggia dal ’68: è possibile una politica efficace, capace di incidere sulle grandi decisioni pubbliche, che eviti le insidie della forma-partito? Finché la società sembrava evolversi “naturalmente” verso un qualche “progresso” ci si poteva forse accontentare di costruire “gruppi di pressione pubblici”, di codificare stili di vita alternativi, di depositare valori.
Oggi che questo non accade più, oggi che non basta agire di rimessa per correggere le politiche altrui, ma bisogna imporre (e con urgenza) politiche differenti, i movimenti cercano vie ulteriori. E le soluzioni possibili ci sembrano almeno tre: fine del partito, partito di movimento, sistema d’azione plurale. La prima prende atto della scomparsa della sinistra politica e si affida alla sola sinistra sociale ed alla sua capacità di pressione: ma così si rischierebbe, a nostro avviso, di assecondare l’americanizzazione. La seconda conduce ad un nuovo partito sulla scorta dello spesso evocato “modello francese”: ma quel modello non era esente da difetti che oggi potrebbero essere moltiplicati da quella tendenza ad associare frammentazione decisionale e ricomposizione leaderistica che oggi attraversa tutti i partiti. La terza assume invece l’attuale compresenza di partiti, movimenti ed associazioni come un fatto che aumenta il repertorio delle nostre iniziative e delle nostre relazioni con la società, e la valorizza attraverso patti politici che ottimizzino le possibilità insite in un sistema d’azione plurale.
Questa ci sembra, qui ed ora, la risposta migliore. Ed il partito sociale, nella sua doppia accezione di rete di esperienze molteplici e di rapporto pratico-simbiotico col popolo, può muoversi in questa direzione. Può situarsi al punto d’incrocio tra movimenti che si “politicizzano” e partiti che si “socializzano”, superando l’illusione dell’autosufficienza che sarebbe nociva agli uni ed agli altri.
Mimmo Porcaro
Piobbichi Francesco
La vera sfida è la democrazia partecipativa
da liberazione 14 maggio
di Giovanni Russo Spena
Sulle pagine dell’ottimo settimanale “Carta” è stata aperta, da un documento preparatorio di un’assise nazionale “per un’altra politica”, una discussione di grande interesse sulla concezione stessa del partito, partendo dalle aggregazioni tematiche e dalle reti locali. Il tema può essere declinato anche in termini più complessivi, con un tratto zapatista: come si ricostruisce uno spazio pubblico dentro e contro la globalizzazione liberista? Soprattutto ora, in un contesto in cui, come si evince anche da parole ed atti del governo Berlusconi, la cosiddetta “crisi della politica”, lungi dall’essere critica del potere costituito, è diventata alibi per l’abbattimento del costituzionalismo democratico. Per quanto riguarda, poi, le sinistre (noi stessi) essa è degradata in una drammatica, totale crisi della rappresentanza: scissione, sconnessione tra domande sociali, conflitto e progetto politico.
Il negativo esito elettorale nostro è figlio anche di questa identità mutilata, di questa assenza di un punto di vista sulla società, di questa crisi della rappresentanza. Il PD ha tentato di dare ad essa una risposta plebiscitaria, leaderistica, costruendo (con le primarie) il leader prima del programma e prima del partito. Finendo con l’accelerare, in tal modo, la crisi stessa. Guai se, per debolezza dell’impianto analitico e per errori evidenti nella proposta politica, cadessimo anche noi nella medesima tentazione. Il cortocircuito plebiscitario non può sostituire un’assenza di proposta politica; esso rischia d travolgere la democrazia organizzata e la regola statutaria, che è alla base della comunità; e sono certo che la delega all’uomo solo al comando non aiuta a ricostruire una ricerca collettiva ed un rapporto equo e paritario tra partito “in movimento” e rete plurale dell’associazionismo. Anzi, rischia di creare disastri; dalla Comune di Parigi alla criticità attenta e dolente di Rosa Luxemburg le regole e le garanzie democratiche (forma del mandato, rappresentanza non delegata, revocabilità, ecc.) sono state, dalla sinistra marxista libertaria, considerate sostanza politica, non non puro orpello formale.
La democrazia partecipata è oggi la vera innovazione. Mi piacerebbe che anche il mio amico Vendola ne tenesse conto. Mi interessa, invece, proseguire il lavoro attento, paziente, basato sulla ricerca del consenso più ampio, che è stato alla base della formazione del paradigma politico ed organizzativo della Sinistra Europea.
E’ evidente che l’organizzazione ha in sé, in quanto tale, il rischio dell’oligarchia; ciò impone che il superamento del partito novecentesco comporti forti correzioni e garanzie contro i rischi immanenti di centralizzazione e separatezza dalla società. Se si esclude una organizzazione verticale (di tipo tematico: partito del lavoro, partito dei diritti, partito dell’ambiente) che pare, a me, troppo settoriale e carente dei nessi politici e strutturali, l’unica organizzazione politica che mi pare strumento utile per percorsi alternativi e processi anticapitalisti è il coordinamento di un sistema a rete che esalti l’orizzontalità, la confederalità “dal basso”, il mutualismo, il “saper fare” società. Organizzazione del conflitto, mutualità, cooperazione (nel significato che ad essa dava Marx), mi sembrano i compiti e le funzioni, come base fondativa di un punto di vista “altro”, di una autonoma visione del mondo della sinistra anticapitalista.
Concordo pienamente con la raffinata e colta ricerca di Pino Ferraris: ” assieme al conflitto, dopo lunga eclissi, riemergono le solidarietà, il far da sé cooperativo, la pratica dell’obiettivo. Si va oltre il movimentiamo, ci si avvicina alla richiesta di un’altra forma di espressione della società politica”. Mi sembra questo il nodo vero, nella teoria, nelle pratiche, nella concezione dell’organizzazione. Siamo, in parte, dentro la riflessione della I Internazionale? E’ un bene, credo. Innovare vuol dire ripensare seriamente, dalle fondamenta. Non per inseguire modelli, ma per rielaborare criticamente la memoria storica del movimento operaio.
E’ essenziale, ad esempio, rileggere criticamente, superando liturgie terzinternazionaliste, la vicenda (aspra e culturalmente ricca) del movimento operaio e socialista a cavallo tra la fine dell’Ottocento ed il Novecento. Prevalse, con il “Programma di Erfurt”, il manifesto del socialismo statalista di stampo teutonico. L’esperienza belga, quella bretone, quella del federalismo orizzontale e del mutualismo furono sconfitte. Ma ora, sui fallimenti, sulle macerie, è possibile, senza inibizioni, innovare davvero, ricercare davvero.
Ricominciare il cammino? Alla fin fine, siamo sempre nani sulle spalle dei giganti…
PARTITO SOCIALE, SENZA LEADER ASSOLUTI
di Giovanni Russo Spena da carta 23 maggio
Non solo sarò all’incontro nazionale delle aggregazioni tematiche e delle reti locali, ma l’impostazione del documento preparatorio per “un’altra politica” è una messa a tema straordinariamente feconda per concepire la costruzione di un nuovo spazio pubblico. Nuovo spazio pubblico indispensabile, sia come ricerca teorica che come iniziativa politica. Perché la crisi della politica (e del costituzionalismo democratico) è tale da essere diventata vera e propria crisi della rappresentanza. Il PD, con la supplenza plebiscitaria, ne è prodotto e, nel contempo, accelerazione.
Temo che anche all’interno della crisi della sinistra la debolezza stessa dell’impianto analitico e progettuale sia pessima consigliera: cortocircuiti plebiscitari, partiti stretti attorno al leader che condurrà alla vittoria sono scorciatoie inefficaci e dannose. Perché fanno della democrazia organizzata, della partecipazione, del sistema delle regole macerie sotto i colpi di piccone della delega. Tanto più in un contesto in cui una forte torsione autoritaria, giustizialista, securitaria produce una semplificazione così brutale della rappresentanza da configurare un passaggio dalla democrazia autoritaria alla democrazia dispotica.
Occorre, allora, proseguire una ricerca innovativa iniziata sul campo: parlo, nella mia esperienza personale, della formazione del paradigma politico ed organizzativo della Sinistra Europea (troppo frettolosamente abbandonato quando è prevalsa, in Rifondazione, la necessità dell’unità dei gruppi dirigenti della sinistra nella Sinistra Arcibaleno). Il partito novecentesco, centralizzato, verticalizzato, che, quanto più è debole, tanto più si affida ad un leader mediatico (che non alimenta nemmeno la ricerca collegiale ma dirige costruendo intorno a sé una squadra coesa di collaboratori) è un ferro vecchio, una moderna satrapia. Che non riesce nemmeno più a fare inchiesta nella società, ad organizzare criticità ed iniziativa sociale nei territori, ma che vive di chiacchiere ideologistiche. I movimenti diventano ipostatizzati, non vissuti.
Concordo pienamente con un punto chiave del documento “un’altra politica: “chi dice organizzazione dice oligarchia, ed è quindi necessario predisporre forti contromisure contro ogni rischio di centralizzazione, verticalizzazione, burocratizzazone, autoreferenzialità, separazione”. L’unica organizzazione partitica oggi concepibile è il coordinamento di un sistema a rete, che esalti l’orizzontalità (contro la verticalizzazione), l’autonomia, il metodo della condivisione, la pratica del consenso nei processi decisionali. Un coordinamento retto da portavoci (una donna, un uomo) che eviti la ridicola liturgia dei segretari e la litania ormai fastidiosissima sui “capi assoluti”.
Non si tratta, ormai più, di dividersi tra “partitisti” e “movimentisti”. Anche perché dalla società non emergono solo “movimenti”; diffusa (nei territori) e matura (nei filoni di impegno) è la rete del nuovo associazionismo. Sono strutture tra loro molto diverse (dai Centri sociali, alle leghe antirazziste, ai gruppi del commercio equo e solidale, al contratto mondiale dell’acqua, ad Attac, ecc.) che coniugano conflitto e mutualità, cooperazione, socialità politica alternativa. E’ un complesso lavorìo, estremamente “politico”, la rete diffusa del “saper fare” sociale. Ha ragione Pino Ferraris, che pone acutamente il tema nel suo bel saggio sul numero 5 di “Alternative per il socialismo”: “assieme al conflitto, dopo lunga eclissi, riemergono le solidarietà positive, il far da sé cooperativo, la pratica dell’obiettivo. Si va oltre il movimentismo, ci si avvicina alla richiesta di un’altra forma di espressione della società politica”.
E’ evidente che la riflessione sulle narrazioni storiche delle forme di rappresentanza non può indicarci modelli per il presente ed il futuro. Anche perché non abbiamo certo bisogno di modelli, ma solo di sperimentazioni (e di riflessioni collettive sulle sperimentazioni). Eppure è di grande rilievo, come fa Ferraris nel suo saggio, discutere la vicenda del movimento operaio e socialista belga a cavallo tra la fine dell’Ottocento ed il Novecento. Perché si ritorna a grandi fratture storiche interne al movimento operaio che grandi conseguenze hanno, poi, avuto per un secolo: la dimenticata “Carta di Quaregnon” metteva al centro federalismo orizzontale, sindacalismo, mutualismo, mentre il “Programma di Erfurt” si affermò come manifesto del socialismo statalista di stampo teutonico. Una memoria storica, criticamente rielaborata, può forse esserci anche oggi di aiuto….
A partire dalla I Internazionale
Il nostro dibattito oggi è incapace di rappresentare la complessità delle posizioni.
Sinistra, federata e comunitarista
di Gianluca Peciola, Alessio Arconzo, Massimo Allulli
Nel dibattito seguito alle elezioni, siamo convinti che il gruppo dirigente del partito abbia reagito nel modo più sbagliato alla disfatta elettorale. Di fronte a un disastro di tali proporzioni da mettere a rischio la stessa esistenza di una sinistra nel nostro paese, un gruppo dirigente responsabile avrebbe il compito difficile ma inderogabile di cercare, individuare e rinsaldare le ragioni collettive di un soggetto politico che ha avuto il merito di aprire una nuova fase di discussione intorno al futuro della Sinistra in Italia. E’ il compito più difficile: trovare e valorizzare quel minimo (eppure così importante) comune denominatore che ci fa scegliere, nonostante tutto, di essere partito plurale capace di condividere strumenti e prospettive per la trasformazione della realtà.
È stata invece fatta un’altra scelta, facilissima quanto controproducente. Quella di andare a cercare ciò che ci divide, di marcare le differenze. Di inventarle, perfino, ricorrendo anche a dispute terminologiche e arrivando a caricaturizzare ciascuno le posizioni dell’altro.
Una pratica che definire novecentesca è assai poco, e che fa brandelli di quella cultura della democrazia della deliberazione e del consenso che ci hanno insegnato gli zapatisti, che discutono fin quando l’opinione di ognuno non ha avuto ascolto e le posizioni di tutti non si siano incontrate. Da questa cultura oggi avremmo dovuto attingere. Il nostro dibattito oggi al contrario è incapace di rappresentare la complessità delle posizioni che si stanno esprimendo nel partito e nella sinistra tutta. La stessa sfida per la guida del partito e per la ricomposizione della Sinistra appare a dir poco autistica.
Forse non è chiara la portata della disfatta; forse non è chiaro che bisogna ripartire da quello che sta succedendo nella società, dallo scollamento tra sfera della rappresentanza e paese reale, dall’incapacità che si è dimostrata di creare un nesso tra insediamento sociale e sfera della rappresentazione politica e simbolica. Forse non è chiaro che non servono soltanto figure capaci di parlare al partito e alla Sinistra, serve parlare alla società a partire dalla società. Forse a molti sfugge che la crisi della rappresentanza riguarda non soltanto i soggetti politici organizzati, ma anche chi li ha pubblicamente rappresentati fin’ora. Quella dei “leader” della sinistra incoraggiati in questo periodo dall’entusiasmo del popolo militante è scena illusoria e soprattutto fuorviante. Fuori le mura delle assemblee plaudenti di noi soliti noti, cari compagni e compagne c’è un popolo che non sente neanche l’eco di quel fragore, perché è un fragore socialmente senza eco. Non lo sentono i movimenti, non la sinistra sociale diffusa, non i militanti di base, non le milioni di persone che portano sempre più cuore ed entusiasmo, quando ci riescono e nel migliore dei casi, nella sfera privata. E’ a queste donne e a questi uomini, oltre che a noi stessi, che dobbiamo offrire una discussione che abbatta le barricate che con rapidità sorprendente si sono costruite nel Partito: «o con noi o contro di noi». Una modalità che ad oggi ci pare stia portando la discussione su due derive opposte e ugualmente nefaste.
Da una parte si legge il disastro della Sinistra Arcobaleno come pretesto per condannare quanto di meglio il nostro partito ha espresso in termini di costruzione di pratiche, culture, e identità negli ultimi anni. Si propone un parallelismo inaccettabile tra l’esperienza di un cartello elettorale sconfitto e grandi ed entusiasmanti esperienze come quelle dei movimenti, della disobbedienza civile e sociale, della proposta di nuove forme di democrazia partecipativa, della critica dello sviluppo, della costruzione della Sinistra Europea. Insomma, di quel processo di trasformazione continua che ha fatto di Rifondazione una anomalia nel contesto europeo, e che ha fatto conoscere stagioni di crescita e consenso sociale ed elettorale. Insomma, c’è il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca.
Ma c’è un’altra deriva, per noi altrettanto preoccupante, che delegittima la critica alla Sinistra Arcobaleno e agli errori compiuti negli ultimi due anni tacciandola di conservatorismo, mettendola alla stregua di chi chiede un ritorno al passato: chi oggi critica quel “processo unitario”, si dice, è contro l’innovazione, contro la nonviolenza, contro la contaminazione coi movimenti. Una deriva che taccia di “identitarismo” chi oggi tutela anni di elaborazioni e pratiche che hanno fatto di Rifondazione il partito che ha fondato e guidato la Sinistra Europea, non certo un residuo marxista-leninista.
Noi, che invece vediamo le ragioni della sconfitta della Sinistra Arcobaleno proprio nella sua discontinuità con l’innovazione culturale di Rifondazione, scorgiamo in questa deriva il rischio non saper distinguere il bambino dall’acqua sporca.
Crediamo che una discussione così polarizzata sarebbe la condanna a morte della prospettiva di rafforzare Rifondazione per costruire una sinistra unitaria, sociale, comunitarista e plurale. Per costruire un “campo della sinistra” che sarebbe bene iniziare a smettere di sventolare come bandiera e iniziare a creare chiamando per nome e cognome strumenti, temi e compagni di viaggio. Non è più il tempo delle allusioni.
E’ il tempo di costruire una sinistra che sia unitaria e plurale, in cui le identità di ciascuno concorrano a formare una identità larga, condivisa, attrattiva.
Una sinistra che sia comunitarista, che pratichi forme moderne di mutualismo, che parta dal fare e dall’immaginare insieme, che ricomponga nella pratica quotidiana la distanza tra sociale e politico. La stessa discussione su programma e sfera organizzativa deve cambiare. Oltre che che parlare di come coordinare circoli e reti, bisogna capire cosa circoli e reti faranno, come si renderanno utili socialmente nei territorio, nei luoghi di lavoro, nei luoghi messi a valore dalla voracità delle politiche neo-liberiste. Federare ciò che opera, non chi rappresenta o pretende di rappresentare chi opera.
Il partito sociale, conflittuale, capace ancora di valorizzare esperienze neomunicipaliste e di buon governo, che sceglie il campo della Sinistra comunitarista. Campo federato, in cui comunisti, ambientalisti, i lavoratori autorganizzati, le forze sindacali non cooptate dalla concertazione, le sinistre che si definiscono tali e quelle che lo sono operando, gli attori organizzati e non della cooperazione e dell’autorganizzazione, i movimenti delle donne e chi si batte per una società che ama le differenze e promuove l’estensione dei diritti civili, promuovono un processo politico e sociale costituente.
Un soggetto le cui articolazioni territoriali non siano propaggini di un comitato centrale onnipotente ma nodi autonomi e democratici, capaci di promuovere pratiche che diano risposte qui ed oggi ai disastri sociali che le politiche liberiste hanno disseminato sui territori. Una sinistra utile, conflittuale, che costruisca beni comuni e li sottragga al mercato proponendo spazi di socialità, sportelli dei diritti, gruppi di acquisto solidale, biblioteche popolari, esperienze sportive dal basso, altra economia.
Una sinistra neomunicipalista. Che impari la lezione dei territori e delle vertenze che vi si sviluppano. Che dia risposte finalmente alternative a quelle della Lega Nord a partire dalla pratica delle forme di democrazia partecipativa e di rapporto virtuoso con le istituzioni e in cui le figure istituzionali seguano pratiche corsare di rappresentanza, scendano dagli scranni, operino la disobbedienza, si mettano a disposizione della comunità territoriale, diano esempio effettivo di cessione di sovranità.
Una sinistra europea. Perché una politica efficace non può non guardare allo spazio politico dell’Europa e ai processi sopranazionali sui quali una forza trasformativa non deve rinunciare a incidere, per non insabbiarsi in estenuanti mediazioni nell’arena politica nazionale.
La superficialità con cui si è nei fatti messo in un angolo il percorso della Sinistra Europea e della sua sezione italiana va oggi riconosciuta e la rotta va invertita, per rimettere in cammino una strategia fondamentale sul lungo periodo.
Una sinistra rivoluzionaria. Che proponga una alternativa di società a partire dai suoi comportamenti. Che mai più deroghi ai propri stessi regolamenti, come è avvenuto rispetto alla conferenza di organizzazione, che sottoponga i propri rappresentanti istituzionali a una verifica continua e a regole fondamentali e democratiche.
Oggi noi vorremmo scendere dalle barricate interne e discutere di come costruire gli spazi concreti per far vivere questo progetto di sinistra. Ma per far questo è necessario cambiare il registro del nostro dibattito. Avevamo creduto che un congresso fondato su tesi emendabili avrebbe aiutato una discussione meno falsata e predeterminata. Neppure su questo il gruppo dirigente del Prc ha saputo dare una risposta positiva. Anzi, le stesse modalità congressuali sono divenute tema di scontro interno.
Non per questo perdiamo l’ottimismo della volontà nostra e di tanti iscritti a Rifondazione, e contribuiremo con tutte le forme e i modi a nostra disposizione per sottrarci a dinamiche di schieramento, perché sappiamo che l’orizzonte che abbiamo tentato qui di proporre e che riteniamo necessario vive nei desideri di tante e tanti, al di là e al di fuori di schieramenti di mozione che oggi come mai prima sembrano lontani dalle necessità che abbiamo di fronte.
20 Maggio 2008






Nei ragionamenti intorno all’ipotesi di “partito sociale” si propone un “nuovo mutualismo” come “modalita’ dell’agire politico” e antitodo “all’autoreferenzialita’ della forma partito” e come valore costitutivo di “comunita’” e forme solidaristiche di “aggregazione territoriale”. M. Weber distingue metodologicamente tra “comunita’”, cioe’ una una relazione sociale cui la disposizione dell’agire poggia su una comune appartenenza soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che ad esso partecipano, e “associazione” intesa come una relazione sociale in cui la disposizione dell’agire sociale poggia su una identità di interessi, oppure su un legame di interessi motivato razionalmente
Commento di franco 23 Agosto, 2008 @ 7:00 pmNella proposta del “partito sociale” mentre gli “interessi” che costituirebbero la base della “comunita’” appaiono abbastanza chiari, non e’ altretttanto evidente di quali elementi sia composta la sua “appartenenza soggettivamente sentita”?
Questa “determinazione di valore” sembra restare (ma forse mi sbaglio) su un terreno ambiguo, cioe’ sul piano di una declinazione della solidarieta’ in termini astrattamente universalistici (interclassisti?) e di un generico spirito di fratellanza in un “rapporto tra eguali”. Per me sarebbe importante capire se questa “solidarieta’ dal basso” e’ intesa come un principio di classe o come un principio di ordine sociale. E’ fondamentale e sostanzioso conoscere se questo progetto assume consapevolmente una sua “competenza etica”, cioe’ se esso assume come strategia e finalita’ il partire da una molteplicita’ di pratiche particolari per arrivere ad imporre una questione piu’ ampia che riguarda la trasformazione complessiva della societa’ (strumento per realizzare un modello di società alternativo a quello capitalistico) oppure, se esprime un tentativo di riassorbire la distruzione del welfare state e che nel contesto di uno Stato in difficoltà, consapevolmente o meno, si rivela uno strumento di contenimento della spesa pubblica.
Il mutualismo poi si presentera’ anche come un’impresa sociale che vive nel mercato? per coniugare cosa? Solidarieta’ ed efficienza economica? Un dispotivo che si candida a ricostruire il “capitale umano”, a ri-creare quelle “competenze produttive”, “reti di cooperazione”, “relazioni sociali” adeguate alle nuove necessita’ della produzione di valore che le politiche neoliberiste hanno distrutto? Si potra invece anche ragionare di “non massimizzazione dell’efficienza economica” quando questa si rivelasse contraria ai vantaggi, alla qualita’ della vita (orari di lavoro,autogestione del tempo, competitivita) dei soggetti che partecipano a questa relazione mutualistica-cooperativa?
Non sto pronunciando un giudizio negativo sul “mutualismo” ma, cerco di capirne i limiti e le potenzialita’ e di comprendere in che termini il “partito sociale” vuole riproporlo.
E’ esso solo una risposta dal basso in termini di autoamministrazione, “autorganizzazione della poverta’” dinnanzi alla crisi economica, ai cambiamenti strutturali dell’economia capitalistica o un tentativo di trasformare il lavoro decomposto e polverizzato sul territorio in una soggettivita politica? Un modello possibile per innescare un processo di ricomposizione sociale, un recupero di autonomia sui modi e tempi della vita quotidiana per produrre conflitto oppure uno strumento che si colloca all’interno del “legalitarismo” , semplice strumento di “emancipazione economica”?
Stiamo discutendo di una proposta di cooperazione sociale configurata come strumento vitale di un processo strategico di liberazione, di autorganizzazione che generi coscienza di classe e lotte o di un modello mutualistico, comunitarista, sostanzialmente legalitarista ed interclassista? Nei confini di un mutualismo comunitarista basato su “una comune appartenenza soggettivamente sentita tradizionale” privo di un’esplicita connotazione di classe oggi si costruiscono alleanze d’interessi territoriali reazionarie (la lega nord) e ammortizzatori ideologici del collasso sociale di cui e’ preda la societa’ italiana ( vedi la la nuova destra radicale, De Benoist, neocumunitaristi -neofascisti).
E’, secondo me assolutamente necessario, chiarire la differenza, la discontinuita e l’assoluta non contiguita’ con certe ideologie funzionali alla logica dello sfruttamento e del controllo per cogliere come un potenziale di ricomposizione gli spazi che si aprono nella societa’ civile sulla base della crisi dello Stato sociale.
Inoltre forse e’ il caso di tener conto in questa proposta “neomutualista” della situazione di sviluppo diseguale che caratterizza le varie aree del paese. Quale possibilita’ ha di attecchire una proposta diciamo di welfare territoriale e mutualistico al Sud quando verra distrutta la contrattazione sindacale nazionale a favore di una contrattazione territoriale che rendera quella terra una colonia del capitale del Nord per sfruttare manodopera a basso costo e contemporaneamente il “federalismo fiscale” ricollochera’ i profitti di queste imprese nel loro territorio d’origine?
Quale configurazione assumera il “modello mutualistico” proposto? Una forma di solidarieta’ informale, non organizzata, illegale, conflittuale o sottomessa alla criminalita’?
Quale democrazia economica sara’ possibile in quel contesto? Quali circuiti di produzione-cooperazione non mercificata nei settori abbandonati dallo stato saranno realisticamente praticabili?
Di quali “risorse aggiuntive” da canalizzare in “politiche sociali” disporranno i lavoratori e le lavoratrici che vivono alla ventura, senza alcuna sicurezza e stabilita economica?
Essi saranno costretti a scegliere se gestire la loro precarieta’ individualmente, arrangiandosi in circuiti informali o attraverso il conflitto collettivo, ma in questo caso le “risorse aggiuntive” vanno prese dove sono, letteralmente espropriate.
Chi sara legale e chi illegale?
E da che parte stara il “partito sociale”? Non dico filosoficamente ma praticamente e concretamente.
a latina per la terza settimana il gap del circolo distribuirà frutta e verdura a prezzi d’ingrosso
Commento di PRC LATINA 25 Novembre, 2008 @ 8:56 pmCarissimi compagni un grande abbraccio di buon lavoro,abbiamo bisogno di voi.Chi vi scrive avrebbe un gran piacere di dare il proprio contributo ma le mie condizioni fisiche ed economiche sono notevolmente compromesse,hasta siempre Andrea
Commento di andrea 30 Novembre, 2008 @ 6:31 pm